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Cuoredichina -

16/06/09

Doonesbury

Ci sono progetti editoriali che vedo uscire da case editrici diverse da quella che dirigo, che  mi sembra di dover invidiare. Sono arditi, magari, ricchissimi, roba che mai neppure in un miliardo di anni potrei riuscire a proporre con la mia casa editrice hyper-popular. E uno di questi è, o sembra essere, The Complete Doonesbury, dell'editore Black Velvet di Bologna... Doonesbury, per chi non lo sapesse, è una striscia giornaliera ideata nel 1970 da G.B. Trudeau, vera icona del giornalismo a fumetti USA. Un po' soap opera comica, un po' commedia dell'assurdo, un po' (molto) cronaca di fatti e misfatti della politica americana e mondiale, esempio principe del giornalismo a fumetti, amato dai lettori di mezzo mondo e temuto dall'establishment per le sue feroci parodie al fulmicotone.
Il volume di Black Velvet ripresenta, nello stesso formato del nostro The Complete Peanuts, i primi tre anni di Doonesbury. L'operazione è meritoria, unica al mondo, curata fino all'ossessione, ma a dire il vero... onestamente i primi tre anni di Doonesbury, a differenza dei primi tre anni di Peanuta, per esempio, lasciano molto a desiderare. A parte l'elemento documentaristico - assistere alle prime apparizioni di Mike, Mark, B.D. e compagnia e ai primi passi delle loro fiction decennale - questi primi anni di strisce, semplicemente, non fanno ridere. Per niente. E i disegni, che nei periodi successivi hanno raggiunto una loro piacevolezza, nel 1970-1972 erano dilettanteschi. Punto.
Poi è sempre intrigante tornare a un'America di chiamate dai telefoni a gettone, di Guerra in Vietnan, di razzismo e classismo generalizzat, e immergerci nalla maniera doonesburiana di irridere i potenti e le loro manie, ma alla fine il tutto sente un po' troppo gli anni, e alla fine la lettura si rivela indigesta. Sarebbe magari stato bene partire con le strip della maturità, più felici come disegno e testi, per segnare in modo diverso questa collana, che sulla carta poteva essere una delle più riuscite opere integrali sul mondo delle "strip" di tutti i tempi.

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14/06/09

Alla mia età

Ho compiuto 44 anni, ma a volte penso che questa età (a questa età, come direbbe Tiziano) sia un po' come 22 anni X 2, il punto focale di un decennio di vita che fa da cerniera tra i Trenta e i Cinquanta ed è nel 2009 un momento assolutamente inclassificabile. Troppo adulti ma ancora ragazzi, pronti ad afferrare gli ultimi fuochi, sempre a un crocevia di emozioni, con la vita che gorgoglia e sa ancora essere aria, acqua, fuoco, e non solo terra.


A questa età scrivo di meno, lo avrete visto, ma magari su Facebook o Twitter ogni sei ore butto nell'etere un'idea, un'emozione, una riflessione. E ci sono pochissime cose che hanno bisogno di più di 140 caratteri per essere narrate o commentate. Basta solo una riga per catturare un istante o un giorno o quel che si è in quel momento, quasi un esagramma moderno stile I Ching che nasce da me e vive per qualche ora, invisibile ai più, condivisa con pochi.

Alla mia età vedo lo sfascio del paese, e condivido ancora quello che ho scritto nell'ultimo post sull'argomento. Ritengo ironicamente che i recenti scandali berlusconiani, dal noemi-gate alle feste in Sardegna con piselli e tette al vento, abbiano alla fine giovato al nostro, dato che nel profondo (e meno profondo) della psiche italica, non è poi male l'idea che il primo ministro se la spassi con delle minorenni portandole in giro in aereo a spese dei contribuenti; anzi, è assolutamente gagliarda, come cosa, rientra in una mentalità becera e che asseconda la profonda misoginia degli uomini E di parecchie donne.

Alla mia età passo le giornate come sempre a organizzare piani editoriali dal Messico alla Turchia passando per Peru, Argentina, Polonia etc etc, e poi alla sera mi infilo nel ruolo di counselor in formazione ed esploro un mondo diverso, quello degli altri, delle loro difficoltà e delle mie, in un bel rimando e rimandarsi di dolore e non solo.

E poi cammino nel verde, faccio il bagno nei fiumi e nel mare, indipendentemente (quasi) dalla temperatura, leggo roba stranissima, vedo telefilm sui vampiri, mi immagino in tutti i mondi a questo parallelo, divergenti e confluenti, fantasticando (e questa è l'età giusta) tutti i nuovi inizi possibili o imminenti, tutte le fughe e tutti gli arrivi e tutte le partenze.

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31/05/09

Cartoline da Barcelona


Barcelona sunset HDR
Inserito originariamente da MorBCN

Il momento migliore arriva verso il tramonto, quando il contrasto tra l'aria di mare e di montagna e il calore del pomeriggio raggiungono un punto quasi alchemico di equilibrio, e il cielo diventa impossibilmente blu, l'aria fresca e calda in una perfetta coesistenza, e la luce è tersa e al contempo ambrata.

A Barcellona. Seduti sui gradini di piazza di Spagna. O in spiaggia. Sulla sedia di un caffé all'aperto. Bevendo una San Miguel o una orchata o un succo di mango.

E' un momento di infinita possibilità, in cui ogni cosa è realizzabile: trovare se stessi o perdersi, incontrare l'amore o gli amori di una vita, dimenticare ogni cosa, ricordare tutto, decidere di restare o andare via, sapendo che questo posto levantino di solare bellezza, dissoluto piacere, e organizzazione quasi teutonica, comunque rimarrà sulle rive del Mediterraneo, pronto a riaccogliere, a perdonare, a offrire la sua energia e la sua presenza a chiunque arriverà su queste strade, da qualsiasi parte del mondo.

Stare a Barcelona, soprattutto per un italiano, è un'esperienza che rende umili, si direbbe "humbling" in inglese, aggettivo che la nostra lingua non riesce a rendere. Siamo in un contesto che assomiglia per storia, latitudini, inclinazioni, all'Italia. Eppure siamo metaforicamente ben più lontani delle mille miglia che la separano dal nostro paese. Il contesto è mediterraneo, portuale, vivo, brulicante, ma la città dal 1992 a oggi si è rivoltata come un guanto, si è aperta al mare e al mondo, ed è diventata una delle capitali della cultura, del gusto, del turismo, della cucina. Il tutto in un contesto efficiente, moderno, in cui le architetture più nuove sono affiancate al recupero di pezzi di passato. In diciassette anni a Barcellona si sono costruite più strade, grattacieli, giardini, stazioni, reti di metro, musei, edifici pubblici e privati di ogni genere, di quanto non sia stato fatto in gran parte d'Italia negli ultimi decenni. E la città all'interno di questo enorme cantiere di idee è rimasta viva, con i suoi giganteschi mercati, i suoi bar all'aperto, i locali, i ristoranti affollati e avveniristici, i taxi gialli e neri che per pochi euro ti portano da un parte all'altra, le biciclette pubbliche in affitto.

Quanto si è lontani qui dalle miserie nostrane, dal Papi Banana, dalle guerre tra poveruomini che si combattono dalle nostre città, tra candidati sindaci nessuno dei quali riuscirà neppure a dare un manto stradale decente e a coprire le buche perenni. Mente qui, a Barcellona, l'asfalto è liscio e perfetto, e le macchine e le moto e gli autobus le percorrono rigorose, fermandosi ai semafori e davanti ai pedoni sulle strisce, senza mai parcheggiare in seconda fila.

Un'esperienza che rende umili, e che fa chiedere "Perché noi no? perché rimaniamo preda delle nostre miserie, e ci arrabattiamo in questo modo senza alcune visione di noi e del mondo?".

E la risposta me la do, e non mi piace per niente.

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26/05/09

Vero sangue

TRUE BLOOD (Vero sangue) - in onda su FOX sul bouquet Sky - è una delle migliori proposte della nuova stagione satellitare. A una prima visione, si fatica a entrare nell'universo narrativo della serie: siamo a BonTemps, un paesino della Luisiana, popolato da attaccabrighe, uomini e donne di provincia americana, bianchi e neri, giovani e anziani. L'unica differenza con la Louisiana che conosciamo è che nel mondo di TRUE BLOOD esistono i vampiri, sono diventati un fenomeno mainstream, amnistiati e integrati nella società, grazie anche a un prodotto giapponese, il True Blood, un sangue artificiale che gli permette di affrancarsi dalla schiavitù di dover succhiare il sangue degli umani. Ma nel mondo di BonTemps le stranezze non finiscono qui: c'è Sookie, la protagonista, una ragazza telepatica, un intero cast di personaggi strani e imprevedibili; si intravede un universo ancora più ampio, in cui i vampiri sono solo una delle anomalie del tempo e dello spazio. Come dicevo, se si vedono solo due-tre puntate, si fatica a trovare il nesso, a vedere l'affresco, a capire lo spirito e la profondità dei personaggi. Ma siamo davanti alla nuova serie di Alan Ball, il produttore che con SIX FEET UNDER ha esplorato la vita, la morte, e tutto quello che c'è nel mezzo, nel più profondo e toccante serial TV di tutti i tempi. In TRUE BLOOD, Alan Ball continua ad aggirarsi nelle zone della fiction dove sunt leones, offrendoci una serie difficile da interpretare, ma che diventa chiarissima appena si superano le quattro puntate consecutive. I veri protagonisti della serie sono due, entrambi raramente visti in TV con questa intensità, questa originalità. Il primo è il senso della diversità, dell'appartenenza e della non-appartenenza. I vari personaggi si aggirano per BonTemps inseguendosi e respingendosi, con tutte le polarità e le diversità esposte come carne viva: vampiri e non vampiri, bianchi e neri, etero e gay, amici e nemici, poliziotti e civili. Il secondo, già presente in SIX FEET UNDER ma qui più scoperto, palese, è il sesso, in tutte le sue metafore ed interpretazioni esplicite. Il sesso mimato, cercato, temuto, urlato, paventato, tra amanti ed amici, vittime e carnefici, schiavi e padroni, gente di razza diversa. Unico vero collante capace di travalicare tutto, forza primigenia e trasversale, che si mescola con la brama di sangue, uno metafora dell'altro, in un continuo gioco di rimandi visivi e testuali.
Dopo poche puntate, TRUE BLOOD si insinua nella testa, con il suo umorismo macabro, la sua turgida e degenerata sequela di immagini, la sua sigla che si ficca nella testa come un chiodo. E lo si guarda beatamente immersi, assorbendo l'atmosfera che sa di sudore e afa fin dalle prime ore della mattina, pensando alle cose cattive che fanno gli uomini e le donne, tra la palude e il fiume, laggiù in Louisiana.

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20/05/09

Finale di stagione (spoiler warning applies)

Se LOST stagione quinta si è congedato a maggio in USA, qua da noi ci vorrà un po' per vedere su Sky l'episodio 16/17,


SPOILER WARNING

SPOILER WARNING

SPOILER WARNING

SPOILER WARNING

SPOILER WARNING

SPOILER WARNING


che ancora una volta sconvolge le carte in tavola, rimette tutto in gioco, ci fa capire che non abbiamo, forse, capito nulla, o solo in parte, di quello che rappresenta l'isola, il suo destino, e quello delle persone che oggi e dall'inizio della storia, pare, ci finiscono sopra, per giocare un gioco celestiale. E la quinta stagione, che si conclude per la prima volta con un whiteout anziché un blackout, ci ha veramente portato in una nuova fase narrativa, usando il tema dei viaggi nel tempo col tutta la potenza emozionale che comporta rivivere il proprio destino, incontrarlo, nel bene o nel male, sia trovando un genitore perduto, o rivivendolo nella maniera più crudele.
Insomma, un finale al cardiopalma, che rielabora tutto quello visto finora, aprendo lo spazio ancora a un nuovo livello, come se ad ogni stagione si salisse un po' più su, a volo d'uccello, passando da un primo anno tutto concentrato sui protagonisti e il loro passato, passando poi all'esplorazione degli altri abitanti e luoghi dell'Isola, per poi affrontare il mondo esterno, il futuro, e poi un futuro ancora più avanti, e poi il passato, e adesso, chissà, magari le realtà parallele o i conflitti che da secoli vedono l'Isola come campo di battaglia.
La cosa più drammatica è che per la prima volta l'idea di COME si aprirà la sesta (e ultima) stagione di LOST è completamente imprevedibile. Potremmo tornare all'inizio della serie, subito dopo il primo incidente aereo, con la realtà "riscritta" dagli eventi di questa ultima puntata. Unico problema: come far ringiovanire gli attori e riportarli al loro look del 2004?
Oppure potremmo ritrovarci un minuto dopo la fine di "The Incident", con tutti i protagonisti che convergono in un unico punto dello spazio e del tempo, pronti per lo scontro finale tra le forze di Jacob e della sua oscura nemesi mutaforma.
A pelle, scommetto fortemente nella seconda ipotesi, anche se i creatori della serie ci hanno insegnato di essere imprevedibili, e una terza (o una quarta, o una quinta) possibilità sono assolutamente all'ordine delle cose.
Stay tuned, come si dice, anche se aspettare il gennaio 2010 sarà luuungo....

 
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16/05/09

Peppino

Il fumetto di "non fiction", quello giornalistico, ha trovato negli ultimi anni una casa tutta sua in Italia, l'editore Becco Giallo, piccola realtà produttiva del Veneto che si è specializzata in un formato/concept tutto suo: volumetti in bianco e nero di 112-144 pagine, dedicati alla biografia di persone famose o famigerate, o alla narrazione a fumetti di fatti di cronaca. Spesso si tratta di libri dalla grafica di copertina scarna, dalla narrazione dolorosa e schematica, intrisa della difficoltà dell'adattare al fumetto la narrazione di un evento, di un delitto, di uno degli orrori della storia contemporanea, permeato di dolore, di ineluttabilità, e quindi facile a cadere nel didattico o nel didascalico.
Il volume appena uscito, Peppino Impastato, di Rizzo e Bonaccorso, fin dalla copertina, elaborata, illustrata, colorata, vuole forse segnalare uno stacco dalla tradizione della casa editrice, e all'interno la storia del giornalista ucciso dalla Mafia si consuma in un toccante lirismo: rimane protesa tra il passato e il presente, altalenante su diversi piani temporali, uniti da un lirismo struggente, sia nel ricordare la vis polemica e creativa di Impastato, sia nel descriverne senza pudori il martirio, l'insabbiamento della giustizia, lo strazio della famiglia.
Rizzo si dimostra autore sensibile e disposto a mettersi in gioco, e i disegni di Bonaccorso, a volte minimalisti a volte aperte in suggestive "splash page" che donano ritmo al volume, sono decisamente un punto di forza.
Per chi ama il fumetto verità, o vuole scoprirlo, è sicuramente da acquistare.

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12/05/09

To boldly go, una recensione di STAR TREK

Sono un "trekkie" molto anomalo. Ho visto tutti gli episodi di Next Generation, uno per uno, uno al giorno su Italia Uno durante un memorabile "run" durato un annetto (lo chiamo ancora "my Star Trek year"). Ho visto tutto Deep Space Nine, e gran parte di Voyager. Ma non ho mai. Mai. Visto una puntata della serie classica, e a malapena conosco i nomi dei protagonisti del primo equipaggio dell'Enterprise.

Faccio questa premessa, prima di dire due cose due sul film STAR TREK di J.J.Abrams, non un remake della serie originale di Roddenberry, ma un "re imagining", un ripensamento, che lo rielabora visivamente, stilisticamente, narrativamente.

Organizzato come un "prequel", come un film che spiega cosa è successo a Cecov e compagnia subito dopo il varo dell'Enterprise, il film pare abbia fatto impazzire i Trekkie di mezzo mondo ma a me, onestamente, è parso solo un film divertente, due ore piacevoli, ma niente di particolare. La trama piena di buchi, un tentativo di ringiovanimento del cast a volte patetico (come per allontanarsi da una franchise percepita "vecchia" ci si è buttati su un cast di pseudoadolescenti alla High School Musical), e in generale un film che entusiasma poco. A me sono piaciuti gli scorci di spazio, la sensazione di uscire finalmente dall'atmosfera di "fiction da camera" delle serie TV, e ovviamente Uhura, alias Zoe Saldana, una delle migliori del cast, assieme a Zachary Quinto/Spock, ma poco tutto il resto. Peccato.



 

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07/05/09

Papi boom


star papi
Inserito originariamente da Tunguska.RDM

Non voglio infierire sulla questione Berlusconi-Lario-divorzio etc (il mio unico commento è stato che magari Silvio ne approfitterà per accorciare le tempistiche del divorzio da 3 anni a 3 mesi, beneficiando non solo se stesso ma tutta la società).

La cosa che più mi ha colpito nella confessione-sproloquio di Berlusconi a Porta a Porta, che in qualsiasi altro paese civile sarebbe inammissibile, è stata questa ricostruzione della famosa partecipazione alla festa di compleanno della sua giovane fan. "Avevo un'ora libera, sono andato alla festa di compleanno della figlia di una persona che conoscevo, che mi voleva parlare di due proposte di candidati"

L'idea incredibile è che un uomo come Berlusconi possa avere "un'ora libera". Parlo per me, che sono solo un normale lavoratore con una vita personale "standard": trovare "an hour to kill", un'ora da ammazzare, è un evento. Come può il primo ministro avere un "buco" nella sua scaletta... E SOPRATTUTTO ANDARLO A RIEMPIRE IN UNA FESTA DI COMPLEANNO DI UNA DICIOTTENNE.
A Napoli non ci sono ospedali da visitare, siti per i rifiuti da andare a vedere, magistrati che lottano contro la camorra da andare ad incoraggiare, lavoratori in cassa integrazione che hanno bisogno di risposte? E se proprio non si poteva fare nulla di tutto questo, non ci sono chiamate da fare, collaboratori da sentire? Con un paese messo come questo, un'ora del primo ministro andrebbe dedicata alla collettività, non al compleanno di una bionda diciottenne, di nome Noemi, simbolo di un'Italia superficiale, asservita al potere, acritica, e purtroppo, per ora, forse per generazioni a venire, assolutamente dominante.

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05/05/09

Una frase, un rigo


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Inserito originariamente da benno78

La lettera è arrivata per posta. Assieme alla bolletta del gas.
Non si riceve ormai più nulla di personale, che una lettera con la sua busta chiusa, il francobollo, l’indirizzo e il mittente scritti a mano, è qualcosa di quasi sconvolgente, una singolarità nel flusso della comunicazione quotidiana. Ma il nome l’ho riconosciuto subito. Claudia. La mia migliore amica. In prima e seconda elementare, circa 1972-1973.
Claudia da cui andavo a giocare quasi tutti i pomeriggio, con la quale genitori e maestra mi avevano messo in coppia, dal momento che io ero estroverso e lei timida, timidissima, e si pensava che mettere assieme due estremi avrebbe aiutato entrambi. Claudia. Una bambina magra con gli occhi e i capelli neri, a cui piacevano le bambole, la musica classica, la danza. Certo che me la ricordo, certo che mi ricordo quei pomeriggi, di un’altra epoca, un’altra vita, forse, ma ancora miei, ancora nostri.
E incredibilmente anche Claudia li ricorda, mi ricorda. E mi scrive. Una vera lettera, che mi commuove molto. Che parla di un passato che passato non è, e che miracolosamente vive ancora. Di due vite che si sono separate oltre trent'anni fa e procedono in parallelo, nella stessa città, senza mai toccarsi.
Con un unico filo che unisce lei a me. Un filo che passa da questo blog, che Claudia tutte le mattine controlla, per vedere se nella notte ho scritto qualcosa, se avrò parlato di qualcosa di nuovo, su di me, sui fumetti, sul cinema, o sull’altra faccia della luna, quella che non si vede mai dalla terra, ma che lassù, da qualche parte, inevitabilmente, c’è.

Claudia che ha un lavoro, su una torre che affaccia sulla tangenziale, sotto la quale passo ogni giorno andando a Modena, io sul mio binario, lei sul suo, due binari che si sono toccati, per poco, in quell'altro mondo di pomeriggi di bambole, soldatini e matite per colorare, e che oggi ancora si toccano, virtualmente, per posta e per interposta persona virtuale, quasi una metafora del cyberspazio che tutti ci connette, pur mantenendoci tutti nel nostro binario, nel nostro personale, intoccabile, universo.

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30/04/09

The best there is, una recensione di WOLVERINE

Wolverine è uno di quei personaggi Marvel che o si ama o si odia, ma che è ormai inestricabilmente legato nella mente mia e di tutti all'attore australiano Hugh Jackman. Di Jackman si è detto tutto, ma soprattutto che detiene forse il primato di attore più desiderato e desiderabile del pianeta, il tipo di uomo che le donne desiderano e gli uomini vorrebbero essere (o viceversa, spesso), capace di reggere con la sua sola prestanza fisica un intero film.

X-MEN LE ORIGINI: WOLVERINE, quarto film della Fox dedicato all'universo mutante ideato da Stan Lee, Roy Thomas, Chris Claremont e compagnia, è in tutto e per tutto un film Jackman-centrico, ma allo stesso tempo piacevolmente corale. Personaggi mutanti di ogni genere, da Ciclope e Blob (classe 1963) fino ai vari Deadpool, Gambit, Wraith, Sabretooth e Zero della generazione '90s, si avvicendano sullo schermo, in una storia che dal 1845 ci porta fino agli eventi che precedono il primo film degli X-MEN.

X-MEN LE ORIGINI: WOLVERINE risponde a molte domande, ponendone altre, si allontana dalle origini fumettistiche dei personaggi, per poi riavvicinarsi, e mescola il tutto, lo frulla quasi, con idee nuove, diversi colpi di scena che non ti aspetti, e una "hollywoodizzazione" (perdonatemi il neologismo) dell'epica di Wolverine a un tempo fedele alle idee dei fumetti ma anche profondamente revisionata e ripensata. E come sempre nei film Marvel di questo secolo, l'equilibrio tra quanto si lascia dei comics e quanto si modifica per creare un film di valore, sta tutto su un discrimine sottile, che a seconda dei punti di vista verrà considerato centrato oppure fallimentare.

Per me, tutto sommato, questa ricreazione del mito di Wolverine, della sua formazione, delle sue origini, della sua militanza in Weapon X, della sua amnesia, del suo rapporto con Sabretooth, è ben riuscita, è come una "versione movie" della continuity mutante, che già abbiamo visto modificata e modernizzata in ULTIMATE X-MEN, e che alla fine ha una sua logica e una sua bellezza anche in questa versione filmica.

Già, bellezza, perché a parte tutte le considerazioni da "Marvel fan" di cui sopra, il film X-MEN LE ORIGINI: WOLVERINE, si lascia vedere con piacere, è ricco di scene di combattimento perfettamente coreografate, di effetti speciali che hanno dell'incredibile, inseguimenti che non lasciano respirare, e lascia alla fine un buon sapore in bocca. Siamo dalle parti di film Marvel di buon livello, magari lontani da picchi come IRON MAN, ma decisamente nella fascia alta. Diciamo un film da "7+", da vedere decisamente, anche solo per rimanere impressionati dalla recitazione muscolare e allo stesso tempo incredibilmente "sensibile" di Jackman. Che prende pugli e pallottole, si butta giù da aerei ed elicotteri, ma rimane umano e fragile, con quello sguardo a volte indifeso, straziato, i capelli lunghi che non rimangono mai in piega e che accompagano i colpi, le botte, il sudore, e poi ovviamente il corpo perfetto, sanguinante, aperto, nudo anche quando è vestito, impossibilmente perfetto ma reale, simulacro di ogni umanità, di ogni dolore.




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