Doonesbury
Ci sono progetti editoriali che vedo uscire da case editrici diverse da quella che dirigo, che mi sembra di dover invidiare. Sono arditi, magari, ricchissimi, roba che mai neppure in un miliardo di anni potrei riuscire a proporre con la mia casa editrice hyper-popular. E uno di questi è, o sembra essere, The Complete Doonesbury, dell'editore Black Velvet di Bologna... Doonesbury, per chi non lo sapesse, è una striscia giornaliera ideata nel 1970 da G.B. Trudeau, vera icona del giornalismo a fumetti USA. Un po' soap opera comica, un po' commedia dell'assurdo, un po' (molto) cronaca di fatti e misfatti della politica americana e mondiale, esempio principe del giornalismo a fumetti, amato dai lettori di mezzo mondo e temuto dall'establishment per le sue feroci parodie al fulmicotone.
Il volume di Black Velvet ripresenta, nello stesso formato del nostro The Complete Peanuts, i primi tre anni di Doonesbury. L'operazione è meritoria, unica al mondo, curata fino all'ossessione, ma a dire il vero... onestamente i primi tre anni di Doonesbury, a differenza dei primi tre anni di Peanuta, per esempio, lasciano molto a desiderare. A parte l'elemento documentaristico - assistere alle prime apparizioni di Mike, Mark, B.D. e compagnia e ai primi passi delle loro fiction decennale - questi primi anni di strisce, semplicemente, non fanno ridere. Per niente. E i disegni, che nei periodi successivi hanno raggiunto una loro piacevolezza, nel 1970-1972 erano dilettanteschi. Punto.
Poi è sempre intrigante tornare a un'America di chiamate dai telefoni a gettone, di Guerra in Vietnan, di razzismo e classismo generalizzat, e immergerci nalla maniera doonesburiana di irridere i potenti e le loro manie, ma alla fine il tutto sente un po' troppo gli anni, e alla fine la lettura si rivela indigesta. Sarebbe magari stato bene partire con le strip della maturità, più felici come disegno e testi, per segnare in modo diverso questa collana, che sulla carta poteva essere una delle più riuscite opere integrali sul mondo delle "strip" di tutti i tempi.





TRUE BLOOD (Vero sangue) - in onda su FOX sul bouquet Sky - è una delle migliori proposte della nuova stagione satellitare. A una prima visione, si fatica a entrare nell'universo narrativo della serie: siamo a BonTemps, un paesino della Luisiana, popolato da attaccabrighe, uomini e donne di provincia americana, bianchi e neri, giovani e anziani. L'unica differenza con la Louisiana che conosciamo è che nel mondo di TRUE BLOOD esistono i vampiri, sono diventati un fenomeno mainstream, amnistiati e integrati nella società, grazie anche a un prodotto giapponese, il True Blood, un sangue artificiale che gli permette di affrancarsi dalla schiavitù di dover succhiare il sangue degli umani. Ma nel mondo di BonTemps le stranezze non finiscono qui: c'è Sookie, la protagonista, una ragazza telepatica, un intero cast di personaggi strani e imprevedibili; si intravede un universo ancora più ampio, in cui i vampiri sono solo una delle anomalie del tempo e dello spazio. Come dicevo, se si vedono solo due-tre puntate, si fatica a trovare il nesso, a vedere l'affresco, a capire lo spirito e la profondità dei personaggi. Ma siamo davanti alla nuova serie di Alan Ball, il produttore che con SIX FEET UNDER ha esplorato la vita, la morte, e tutto quello che c'è nel mezzo, nel più profondo e toccante serial TV di tutti i tempi. In TRUE BLOOD, Alan Ball continua ad aggirarsi nelle zone della fiction dove sunt leones, offrendoci una serie difficile da interpretare, ma che diventa chiarissima appena si superano le quattro puntate consecutive. I veri protagonisti della serie sono due, entrambi raramente visti in TV con questa intensità, questa originalità. Il primo è il senso della diversità, dell'appartenenza e della non-appartenenza. I vari personaggi si aggirano per BonTemps inseguendosi e respingendosi, con tutte le polarità e le diversità esposte come carne viva: vampiri e non vampiri, bianchi e neri, etero e gay, amici e nemici, poliziotti e civili. Il secondo, già presente in SIX FEET UNDER ma qui più scoperto, palese, è il sesso, in tutte le sue metafore ed interpretazioni esplicite. Il sesso mimato, cercato, temuto, urlato, paventato, tra amanti ed amici, vittime e carnefici, schiavi e padroni, gente di razza diversa. Unico vero collante capace di travalicare tutto, forza primigenia e trasversale, che si mescola con la brama di sangue, uno metafora dell'altro, in un continuo gioco di rimandi visivi e testuali. 
Il fumetto di "non fiction", quello giornalistico, ha trovato negli ultimi anni una casa tutta sua in Italia, l'editore 




Wolverine è uno di quei personaggi Marvel che o si ama o si odia, ma che è ormai inestricabilmente legato nella mente mia e di tutti all'attore australiano Hugh Jackman. Di Jackman si è detto tutto, ma soprattutto che detiene forse il primato di attore più desiderato e desiderabile del pianeta, il tipo di uomo che le donne desiderano e gli uomini vorrebbero essere (o viceversa, spesso), capace di reggere con la sua sola prestanza fisica un intero film. 