Un giovedì sera di luglio, a Bologna. In piazza Santo Stefano danno un concerto di Antony & The Johnsons, un cantante di New York che ho scoperto da poco e che mi ha ipnotizzato, con la sua voce in falsetto, le sue canzoni che parlano di donne e uomini e tutto quello che c'è in mezzo, così struggenti che si possono ascoltare solo a certi orari e con certi stati d'animo.
La piazza è ricolma, il concerto è gratuito, la cornice è di quelle uniche in Italia, questa piazza Santo Stefano in cui si staglia l'omonima struttura delle Sette Chiese, questo rombo di lastricato, questa piccola arena, che nel medioevo aveva alberi e prato e faceva da orto degli ulivi per il vicino Getsemani di San Giovanni in Monte.
Antony lascia a bocca aperta, mette mano al suo repertorio, accompagnato da una decina di musicisti tutti in bianco, lui tutto in nero. Ma esce anche dal seminato con una cover di Leonard Cohen e poi una di Beyoncé. Lo spettacolo è unico, bellissimo, ma lascia l'amaro in bocca. Un artista di questo calibro e con questa cifra musicale non può esibirsi in una piazza dove si mescolano centinaia di persone che sono lì per lui, e altrettante che sono solo ascoltatori casuali, persone capitate lì per caso, che chiacchierano, fanno foto col telefonino, chiedono "ma questo chi è", sbadigliano, fanno casino, abbandonano per terra bicchieri, giornali, bottiglie di birra. Sarebbe bastato chiudere la piazza, esigere un biglietto anche politico, per dare al concerto il valore che meritava.
Dopo, verso le 23.45, con gli amici presenti vado a mangiare qualcosa da Godot, a pochi passi, uno degli angoli culinari di maggior interesse nella zona. Ordinando, una sorpresa: ci viene detto di fare presto e mangiare in fretta, dato che alle 24 i tavoli all'aperto vanno sgombrati. Per l'ordinanza Cofferati, a Bologna dopo mezzanotte all'aperto non si bene e non si mangia, ed è solo una delle regole che impediscono nella mia città di poter godere dei piacere normali di cui in Europa usufruiscono tutti o quasi. Una cena di mezzanotte all'aperto, d'estate. Un bicchiere di vino di notte. E' un'ordinanza in vigore da tempo, ma non mi era mai capitato di scontrarmici direttamente, e fa il paio con l'altra, che impedisce di comprare vino in bottiglia dopo le 21 a Bologna (se avete una cena a casa di qualcuno, e vi serve comprare un sangiovese o un teroldego, accertatevi di comprarlo il pomeriggio).
Non so perché, ma i due incidenti della serata, il concerto in mezzo al disinteresse e al caos, e le ordinanze che impediscono di usufruire delle strade per una delle funzioni per cui sono state pensate, cioé anche per viverle e non solo per percorrerle distrattamente.,... mi sono parsi due sintomi gravi della malattia di cui soffre Bologna, e che noi bolognesi dentro sentiamo e avvertiamo, che ci strazia un po' ogni giorno.
No, non le buche nell'asfalto, i sistemi di circolazione sadici, i negozi pacchiani, i nuovi palazzi che sembrano dei deliri architettonici, ma il degrado peggiore, quello che va oltre l'aspetto materiale del tessuto urbano: il degrado dell'anima di una città, dei suoi cittadini, dei suoi amministratori, che si sono rassegnati a non vivere più in un posto all'avanguardia per le sue idee, le sue energie, il suo saper godere appieno della vita, ma si accontentano del chiacchiericcio che copre la musica, di notti sempre meno libere.
CATEGORIE: Opinioni brevi
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Commenti
Andrea 18/lug/2007 08:26:36
Pietro 18/lug/2007 08:54:28
e. 18/lug/2007 15:59:18
anonimo 18/lug/2007 22:14:19
giovanni 25/lug/2007 21:31:37
giovanni 25/lug/2007 21:32:24
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