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Cuoredichina di Marco Lupoi

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Sacred Games

Il vento accarezzava le guance di Sartaj e Mary gli cantava nell’orecchio, lui rideva e pensava: è questa la felicità, è solo questo: guidare per queste strade note e disordinate, con una vecchia canzone, una mano sul fianco, e un nuovo amore. Solo questo, sospeso tra passato e futuro: questa donna, questa canzone, questa città sporca e bella.

Giochi sacri. Vikram Chandra. Mondadori. Pagina 778.

Giochisacribig
Per certi versi, questo libro nasce per me pochi istanti prima della nascita di questo blog. Una mattina piovosa di aprile, alla Mondadori di Segrate, Sandrone Dazieri me ne regala una copia, e subito dopo mi parla di Nova100. Io accetto con piacere il libro, mi dico interessato all’iniziativa del blog collettivo, e adesso, sette mesi dopo, Giochi Sacri l’ho appena finito, e il blog sta per entrare nel suo sesto mese di vita. Giusto quindi fondere i due, e portare nel blog il mondo di Vikram Chandra.

Dico subito che Giochi Sacri non è un romanzo, ma una specie di universo narrativo, di cosmogonia fluida, inebriante, ingannevole. Lo inizi piano, con un poco di titubanza: sono quasi 1200 pagine, con un milione di personaggi e di parole in hindi e in altri linguaggi del subcontinente; i riferimenti alla storia, alla geografia, alla musica, al cinema dell’India sono incessanti. Ma dopo i primi tre capitoli, sei preso in trappola, non ti puoi fermare. A pagina 600 vorresti andare sempre più rapido, ma a pagina 1000 vorresti che ce ne fossero ancora 500, per poterci restare, in quell’universo, e continuare a sentirne gli odori, buoni e cattivi, i sapori, lo scorrere del tempo, avanti e indietro.

Perché è questa, una delle peculiarità più affascinanti del romanzo: il tempo non lineare, il fluire di due linee narrative parallele e distaccate cronologicamente, affiancate da altre linee separate che si intersecano e arricchiscono di spessore e filigrana i due filoni principali: siamo a Mumbai, l’antica Bombay, e l’ispettore di polizia  Sartaj Singh, un sikh bello come un attore, ma malinconico e disincantato dopo il divorzio, si barcamena tra casi grandi e piccoli, cercando di sopravvivere all’eredità di un padre (anch’egli in polizia), e trovando sollievo solo nelle sporadiche visite fuori città a casa dalla madre. Un giorno, riceve la chiamata da Ganesh Gaitonde, uno dei gangster più famosi della città, ricercato da anni, e misteriosamente rientrato a Mumbai, che gli si vuole consegnare. Sartaj trova Gaitonde asserragliato in un bunker, riesce a sfondare la porta e a entrare, solo per trovare il mafioso che nel frattempo si è suicidato, e ha al fianco il cadavere di una donna, anch’essa morta.

A questo punto, la narrazione si divide in due. Da una parte, Sartaj continua la sua vita, ma viene incaricato dai servizi segreti di scoprire cosa ci faceva Gaitonde in quel bunker, chi era quella donna, e come mai ha scelto proprio lui come testimone del suo suicidio. In parallelo, come dall’aldilà, Gaitonde continua a parlare a Sartaj, e gli racconta la sua incredibile vita: da piccolo scagnozzo di campagna semi analfabeta, a padrone di un impero del crimine, servito e riverito dai potenti del paese.

Le due linee narrative, anche se separate da decenni, scorrono in parallelo, e le rivelazioni su Gaitonde si susseguono, a volte nella narrazione di Sartaj, a volte in quella dello stesso Ganesh, mentre affiorano questi due mondi avviluppati, quello del detective sikh, della sua famiglia, della sua malinconia, dei suoi incontri, e quello del mafioso crudele e fragile, che uccide a sangue freddo ma deve trattenere l’ansia, la paura, l’impotenza, e che solo con il coraggio, la lucidità e la follia riesce a trionfare contro ogni logica. Mentre le due narrazioni galoppano verso una collisione finale che solo oltre pagina 800 inizia a delinearsi, altri filoni cronologici si intersecano, con "interludi" che gettano luce su particolari della storia principale, la completano. Uno dei più belli – un capitolo da antologia – è Una casa in una città lontana, che racconta l’infanzia di Nikki, madre di Sartaj, nel Pakistan pre-separazione dall’India, e la fuga della sua famiglia indù, e la scomparsa della sorella, sparita durante la fuga. Sembra un interludio fine a se stesso, uno stupendo esercizio di stile, ma ovviamente nel finale, in maniera imprevista e quasi magica, diventerà cardine per l’epilogo della storia.

Se questa è la struttura "macro" del romanzo, pagina dopo pagina Chandra dipinge e ricrea centinaia di situazioni e microstorie: le piccole vicende della polizia e della malavita, l’esistenza quotidiana a Mumbai, dalle baraccopoli ai palazzi della borghesia, dall’industria del cinema alle carceri, dalle spiagge ai mercati, ma ci porta anche nel Punjab, in Thailandia, a Singapore, a Los Angeles, sulla East Coast, nella notte più profonda, nelle campagne più assolate, nel cuore degli uomini e delle donne che amano, vivono, uccidono, ridono, mangiano, piangono, si dilaniano tra quattro religioni (almeno), in un circolo di amore, morte, vita senza fine o ragione.

Chandra incanta con il suo stile dettagliato, ma anche essenziale: per dipingere una scena, un umore, gli bastano poche righe, e pagina dopo pagina ti crea decine, centinaia di scene, di situazioni, di dialoghi, a volte sconvolgenti (la morgue di Mumbai, le carcedi della città, la vita in una kholi), altre esilaranti (il tentativo di Gaitonde di allungarsi il pene è un piccolo capolavoro).

Alla fine, arrivi all’ultima pagina grato, appagato, bramoso di andare lì, in India, a Mumbai o al Tempio d’Oro di Amritsar, a calcare le orme di Sartaj Singh e della sua impossibile nemesi Ganesh Gaitonde…tra puttane che diventano attrici, attrici che diventano dee, gangster che vanno alla ricerca del sé, e assassini che piangono guardando i film strappalacrime con Dev Anand.