Marco Lupoi -

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29/02/08

Graphic Novel: un po' di chiarezza su un termine abusato

Graphic novel (GN per gli amici).
Il termine mi è molto caro, forse perché il mio primo lavoro a livello professionistico nel lontano 1985 ne coinvolgeva proprio una, quel "romanzo grafico" KILLRAVEN di Don Mc Gregor e Craig Russell che oltre vent'anni fa vedeva la mia prima prova come redattore. Adesso, in questi ultimi due-tre anni, un termine che era ristretto a pochi addetti ai lavori è diventato una sorta di prezzemolo lessicale, e ha sostanzialmente finito per perdere la sua accezione specifica.
Qualsiasi libro a fumetti viene classificato graphic novel, con una totale banalizzazione di un concetto nato con un'idea specifica di formato e contenuto. I trailer cinematografici che recitano "dalla graphic novel di culto". Le recensioni sui quotidiani che non fanno altro che parlare di graphic novel. Amiche insospettabili che mi dicono "Io leggo solo graphic novel". Eccetera eccetera.

Ma cosa è una graphic novel, come nasce questo termine, come sarebbe corretto utilizzarlo?

Anzitutto, il concetto di graphic novel è radicato nella cultura americana del fumetto. Proprio gli statunitensi, che il fumetto hanno plasmato e fondato, lo hanno però per oltre settantanni relegato quasi esclusivamente nella sua dimensione seriale: prima strisce sui quoridiani, poi albi a fumetti periodici. Solo tra il 1971 e il 1978 in USA a escono i primi libri a fumetti creati appositamente e prioritariamente come pubblicazione libraria (come il Bloodstar di Corben o il mio amatissimo SILVER SURFER di Lee e Kirby), il termine "graphic novel" però viene coniato nell'ottobre 1978. Sulla copertina dell'edizione in brossura del CONTRATTO CON DIO di Will Eisner, appare per la prima volta l'espressione "graphic novel", grazie al genio di quell'Eisner, che con il suo SPIRIT aveva creato negli anni '40 il primo serial a fumetti non moderno, ma addirittura postmoderno.

Embrionalmente, quindi, l'espressione graphic novel raccoglieva dentro di sé quello che CONTRATTO CON DIO voleva essere, ed è stato, come vero e proprio manifesto di una nuova forma d'espressione letteraria.

Un romanzo grafico che

1) nasce direttamente come libro diretto al mercato librario, senza prepubblicazioni o edizioni in albo o serializzazioni
2) è un "romanzo", un'opera compiuta che contiene una sua unità narrativa, racconta un'unica storia completa, con un inizio, un mezzo, una fine
3) si rivolge a un pubblico adulto, con una storia drammatica e senza compromessi e censure

Ecco, per come è nato, per come è stato concepito, il termine graphic novel nella sua accezione pura e originale connota esattamente quel formato, quell'oggetto.
In questa ottica non sono G.N. i manga giapponesi o gli album francesi, perché parte di collane, e di solito o spesso pre-pubblicati in rivista. Non sono G.N. neppure le centinaia di "trade paperback" americani che raccolgono da 4 a 12 capitoli usciti precedentemente in albo. Non sono G.N. le raccolte di strip. ma - in un'ottica fondamentalista - neppure MAUS, che fu prepubblicato su RAW o SIN CITY, prepubblicato in DARK HORSE COMICS PRESENTS, o LA BALLATA DEL MARE SALATO, anch'esso prepubblicato su rivista.

Solo che, se applichiamo la definizione originale del termine, tagliamo fuori una quantità abnorme di opere che possono anche essere state pre-pubblicate o serializzate, ma che come CONCEZIONE dei loro autori dovevano costituire fin dall'inizio un "unicum" narrativo, di formato, di storia: un romanzo per immagini.

Diciamo quindi che per rendere funzionale l'espressione, dobbiamo almeno accettare che una G.N. possa avere avuto una pre-pubblicazione seriale, purché, e ci tengo a dirlo, l'autore o gli autori l'abbiano sempre concepita come un "romanzo" completo, come un qualcosa da raccogliere poi in libro.

Con questo ammorbidimento del termine, otteniamo una descrizione di graphic novel abbastanza aderente allo spirito più profondo del fumetto moderno, escludendo però l'uso spurio e abusato dell'espressione. E possiamo iniziare a guardare la nostra libreria piena di volumi a fumetti, e a usare con cognizione di causa queste due parole bellissime che ci hanno dato negli ultimi trent'anni alcune delle opere più importanti del fumetto mondiale.

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Di seguito i weblog con link a Graphic Novel: un po' di chiarezza su un termine abusato:

Commenti

Predicare bene, ma le ultime pubblicità Panini/Marvel in quarta sono proprio il caso limite di abuso del termine graphic novel, caro MML...

GIUSTO!

La mia prima GN? "Hunger Dogs", poi "Dio Ama L'Uomo Uccide", poi "Elektra vive ancora", insomma, per me GN è ancora sinonimo di quel formato "lenzuolo" che oramai due decenni fa trovava posto con fatica nella mia edicola di fiducia, dove ad un angolo erano compressi gli albi "tipo Uomo Ragno" e nell'altro trovavano posto decine e decine di volumetti a fumetti tipo "Tromba" o la "Camionista", che io sbirciavo solo dal mio barbiere, quando ancora avevo i capelli...

Un saluto o sommo MML!

Giuss

È vero, da qualche tempo tutti si stanno accorgendo dei graphic novel (la parola andrebbe flessa al maschile dato che si tratta di «romanzo» – novel).
Le grandi case editrici inaugurano collane ad hoc (e si vedono assegnare la primogenitura di una tendenza… sic!), i media generalisti ne parlano (e le pubblicano), le librerie si riempiono di volumi.
Ben venga tutta questa attenzione (anche se poco filologica…) su un fenomeno ormai standardizzato: non potrà che produrre un aumento di lettori e di appassionati di fumetto. E – soprattutto – darà la possibilità a tanti aspiranti autori di convogliare il loro bisogno comunicativo e artistico verso nuove narrazioni, in grado di portare il fumetto a praticare quei territori che, per struttura narrativa e tematiche, sono peculiari del romanzo tradizionale.

Purtroppo, o per fortuna - perché così non c'è il pericolo che diventi troppo elitario - , il fumetto porta nei termini che lo definiscono tutte le connotazioni popolari derivanti dalla sua umile origine. 'Fumetto', 'comic', 'strip', 'bande dessinnée', ... Tutti termini che mal si adattano alla nuova forma costituita dalla graphic novel. Quel che non mi piace di questa locuzione (che non è male, in fondo) è che è diventata di moda da parte di chi non sa precisamente di cosa sta parlando, e dunque si presta alle confusioni di cui hai parlato. Secondo motivo è che è in una lingua straniera e le corrispettive forme in italiano (romanzo a fumetti, romanzo disegnato, libro a fumetti, libro illustrato, etc.) non sono ancora pienamente soddisfacenti, secondo me.

In effetti, ultimamente si sta assistendo al curioso fenomeno inverso per cui molti appassionati aborrono il termine "graphic novel" e gli preferiscono "fumetto" (che per me è di per sé orribile e costitutivamente scorretto, ma essendo entrato nella vulgata ci si adegua); anche quando il primo è più consono.

Insomma, l'abuso di "graphic novel" ha generato come una ignoranza di ritorno, a volte anche paradossalmente snob (maledetti indie!!), tanto più fastidiosa per chi ha svolto studi appositi e si trova puntualmente in minoranza e in disaccordo. (E viene sbeffeggiato sotto i baffetti indie..)

Ben vengano pezzi chiarificatori come questo; e magari a questi argomenti venisse dato maggiore spazio "istituzionale"!

Caro Marco,

sono d'accordissimo con te; un "tricalogo" per la definizione di graphic novel come il tuo, con tanto di ammorbidimento finale, è quanto, nella sostanza, avevo indicato anche lo scorso anno in un dibattito che tenemmo alla Fiera del Libro di Torino (non a Torino Comics, all'interno della Fiera "vera", dove quasi ogni editore inseriva a torto o a ragione nel proprio catalogo "qualcosa a fumetti" che si affrettava a etichettare con il magico sostantivo preceduto dal miracoloso aggettivo).

Forse per amore di patria, dal punto di vista dell'approccio creativo non potevamo comunque non registrare "Una ballata del mare salato" di Pratt come opera dirompente, e determinante, anche, per spingere altri autori a esprimersi in libertà, come Vittorio Giardino, che era con me al dibattito e che dal romanzo di Pratt rimase folgorato da giovanetto.

Già che ci sono, ti giro un commento espresso da un visitor eccellente (Stefano Priarone) a un post su Jack Kirby che messo nel mio blog di Nòva qualche giorno fa. Potrebbe contenere un suggerimento utile per la Panini, se non avevate già pensato a ciò.

Ciao per ora!

Copio:

Visto che lo stesso mese il Re esordiva anche su Jimmy Olsen (la serie dedicata all'amico di Superman nella quale purtroppo tutti i suoi visi di Superman venivano ridisegnati da Curt Swan, artist per eccellenza dell'Uomo d'Acciaio) nel volume che raccoglie la saga dei Galactic Bounty Hunters, basata su un'idea di Kirby e sviluppata dalla figlia Lisa e da vecchi collaboratori del Re (penso fosse quella a cui si riferiva Moeri, in Italia non è ancora uscita) Tom Breevort ha buon gioco a rispondere: "Non penso che alla Marvel all'epoca qualcuno abbia detto: ' Dobbiamo fare una controprogrammazione per Jimmy Olsen!"

A me piacerebbe che la Lost Adventure uscisse in un volume di 96-112 pagine (o anche in albo kingsize della serie regolare) per festeggiare i vent'anni dell'attuale serie dei Fantastici Quattro in Italia.
Ci metterei, oltre alla storia ricostruita, alla ristampa di FF #108 e alle matite diKirby, anche la "Last Fantastic Four Story" (44 tavole, di Stan Lee e John Romita Senior) uscita l'anno scorso (la terza "storia finale" degli FQ, dopo quella di Alan Davis del 2006 e quella - la più bella delle tre - di Leo "Rat-Man" Ortolani di 15 anni fa).
Che ne pensano i redattori Panini in ascolto?

°°°***

Luca

Secondo me è normale, e non un ammorbidimento, considerare graphic novel anche quelli inizialmente serializzati; anche moltissimi romanzi tradizionali sono nati a puntate.

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