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Cuoredichina di Marco Lupoi

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La solitudine dei numeri primi


la solitudine dei numeri primi
Inserito originariamente da Erobe
Non potevo resistere a un romanzo con un titolo del genere. Nonostante il mio lavoro “”creativo”” (doppie virgolette) come “fumettaro”, ho una laurea in matematica e tre anni di dottorato di ricerca alle spalle, e mi ritrovo in libreria spesso a sfogliare con voluttà l’enciclopedia della matematica di Einaudi, o a pensare a quei pomeriggi del 1989 o 1990 in cui la massima preoccupazione era arrivare alla fine della dimostrazione e al Q.E.D. – come volevasi dimostrare – che chiudeva il cerchio, risolveva il problema, portava l’ordine in un caos che con la sua entropia rischiava di trascinarmi.

Ho quindi seguito l’impulso, anche confortato da un’ottima recensione letta su Linus, e comprato l’opera prima di Paolo Giordano, torinese laureato in fisica teorica che al suo romanzo d’esordio firma una delle migliori opere di narrativa italiana sulla piazza.
Stile asciutto, quasi scarno, ma ricco di una quantità infinita di immagini, trovate, idee, squarci ora ridicoli ora tragici sulle miserie quotidiane o eccezionali di una coppia di amici.
Alice e Mattia sono come due numeri primi, due entità umane assolutamente fuori dagli schemi, uniche, indivisibilmente impenetrabili, segnate dal dramma, da una doppio e parallelo disturbo psicopatologico. Sono due numeri primi “gemelli”, vicinissimi, separati solo da un numero pari, ma isolati nella catena dei numeri interi, lontanissimi da altri primi, perduti nell’infinito, o quasi. La loro vita viene tratteggiata dall’infanzia all’età adulta, dal dramma originario che li ha segnati, fino al momento del loro salto quantico, dell’uscita, vera o presunta, dalla nevrosi che ha plasmato la loro esistenza. Giordano è – volutamente o per formazione culturale – completamente avulso da ogni tentazione psicoanalitica: Alice e Mattia si tengono le loro nevrosi ben strette, senza mai pensare di toccarle, di affrontarle, di “lavorarle”, si lasciano andare a tutto quello che succede, sono vittime e a loro volte carnefici, si incontrano, si sfiorano, si compenetrano senza mai potersi toccare. A salvarli (forse) ci penserà la vita, ci penserà magari il caso, o la forza della sopravvivenza che spinge a sollevarsi quando ormai sembra tutto perduto, quando la fine sembra a un passo, ma quando la salvezza può arrivare anche solo guardando un’alba sul mare del Nord, anche solo sdraiandosi sul greto secco di un fiume sotto il sole.

Commenti

Seguo sempre con interesse il tuo blog e le tue segnalazioni letterarie (mi permetto di darti del "tu" - ci siamo conosciuti a una Lucca del lontano 1995...). Volevo segnalarti un giovane ma già grande autore italiano, che, tra l'altro, ha iniziato pubblicando il suo primo racconto su Star Magazine, ai tempi di Intercom... si tratta di Gianluca Morozzi, di cui attualmente puoi trovare, in libreria, "Blackout" (uno dei migliori thriller che abbia mai letto), "L'era del porco" (Tea), "Despero" e "Il vangelo del coyote" - graphic novel disegnata da Camuncoli e Petrucci (Guanda). Un caro saluto. Pierluigi