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Cuoredichina di Marco Lupoi

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Ricetta per una serata ben riuscita in casa con gli amici: fine maggio, sabato sera, un appartamento mediamente capiente, compagnia bene assortita, vino, birra, cena fredda o godibile sul divano, una TV satellitare che prenda Television Espanola Internacional (TVE). E sullo schermo, le tre ore e un quarto del Festival di Eurovisione (Eurovision Song Contest).
Devo dire che conosco questo Festival un po’ per le mie frequentazioni internazionali, per alcune serate analoghe passate in Irlanda, a Dublino, negli anni ’90, con la città deserta per l’evento e una compagnia di irlandesi in delirio davanti alla TV con solo accompagnamento di birra (e niente cibo e io che morivo di fame, ma questa è un’altra storia). E poi ho una serie di amici spagnoli che VANNO ogni anno a vedere dal vivo il Festival, e si sparano un fine settimana di divertimento folle. Insomma, un evento che in Europa ha una rilevanza epocale, e che per un motivo  misterioso e imperscrutabile IN ITALIA E’ ASSOLUTAMENTE SCONOSCIUTO!!! Ci sono ben 43 paesi partecipanti, incluso San Marino e stati che europei propriamente non sono come Israele e l’Azerbaigian, ma manca l’Italia, dal 1997, un’assenza che è davvero stupefacente considerando quanto il nostro paese sia (sulla carta) centrale nella cultura musicale del continente e un "player" culturale ancora chiave (presumo). Invece, niente, niente. Alla fine, quando in un crescendo di suspence i 43 paesi partecipanti votano uno dopo l’altro i loro cantanti preferiti, ci sono collegamenti con Riga, Tallin, Dublino, Lisbona, San Marino (SAN MARINO!!!!!), Chisinau,  ma non da Roma. Nessuno può votare per se stesso, quindi si finisce per votare per paesi fratelli o cugini (Andorra per la Spagna, l’Islanda per la Danimarca, la Croazia per la Slovenia etc). E ovviamente vince la Russia dato che di fratelli (beh, di ex sudditi) ne ha una decina, e fa specie vedere tutte le ex repubbliche sovietiche allinearsi alla loro antica padrona e dominatrice, anche se solamente in ambito musicale.

E come è lo spettacolo? Beh, ovviamente kitsch, irriverente, paradossale, con balletti, giocolieri e ballerini, con una coreografia (a Belgrado, quest’anno) iper-colossale e spesso fino troppo sofisticata per il livello musicale delle canzoni. Ma ci sono momenti divertenti fino alle lacrime (la demenzialità di Chikiliquatre o le prominenti forme della cantante ucraina),  o anche intensi come la canzone di Sebastien Tellier, un fuoriserie per un evento del genere. Insomma, un programma che batte 10 a 1 San Remo, e che proprio perché assomma i 43 localismi di 43 paesi diversi (o solo teoricamente tali) finisce per essere meno provinciale di gran parte della TV commerciale che ci sorbiamo. Un 43 che dovrebbe essere 44, e che lascia un pizzico di amarezza negli italiani in platea.

Commenti

c'era Meneguzzi per la Svizzera. scampato pericolo. effettivamente la location era abbastanza maestosa, se penso ai pirati lettoni...
Anche a me piacciono queste baracconate. Una volta, se non sbaglio, l'Eurofestival andava in onda anche sulla Rai. Ora mi pare non lo trasmettano più, peccato.
Un'altra delle tante stranezze della nostra tv... X-bye
Solita dèbacle italiota per svariati motivi: 1) culturale: l'Italia non si sente europea. L'entusiasmo dei Paesi dell'Est, per esempio, è commovente: loro vivono l'ingresso nella Comunità come un'opportunità, come un allargamento illimitato dei loro orizzonti. E l'Eurofestival è una manifestazione giocosa di quegli orizzonti. L'Italia è arrogante. Sanremo è la fiera trionfale del kitsch più vieto e inutile: nell'immaginario italiano è una vetrina aperta al mondo. Ma non è più così da decenni. Il kitsch dell'Eurofestival è invece vitale: è l'antica sagra paesana trasportata - con tutta la sua forza propositiva e creativa - su scala continentale. L'Italia - dal punto di vista mediatico generalista - è in crisi ideativa. I format nazionali sono sclerotizzati e non c'è verso di mutarli. L'Eurofestival è visto come un azzardo rispetto a un sabato sera monopolizzato da una "rassicurante" Antonella Clerici. Le lingue diverse, gli stili musicali diversi, le culture diverse sono viste come perturbanti rispetto ai presunti target di riferimento. L'Italia è in crisi economico-produttiva. Non bisogna dimenticare che il Paese vincitore dell'Eurofestival è, per regolamento, tenuto a organizzare la manifestazione dell'anno seguente. E, in Italia, chi potrebbe essere interessato a FINANZIARE un evento del genere? Probabilmente i ritorni economici - in una nazione economicamente imbalsamata come la nostra - non sono minimamente percepiti. Non esiste un imprenditore-finanziatore-impresario in grado di sfruttare le potenzialità dell'Eurofestival: la spesa viene vista come eccessiva, i guadagni vengono visti come aleatori. Non c'è da meravigliarsi. Alessandro Di Nocera