E difficile far convivere una vacanza con il dolore infinito di oltre 100 famiglie, che in pochi minuti si sono viste portare via un figlio, una madre, un compagno. Eppure, qua dall'ultimo brandello di costa dell'Andalusia ancora senza autostrada, dove la provincia di Granada tocca quella di Malaga, e le piante di banane ondeggiano a pochi metri dal bagnasciuga, tocca restare proprio in questo crinale emotivo: da un lato il mare, quest'anno immobile, trasparente, tiepido, i negozietti, le cervecerias, la spiaggia; dall'altro la televisione, i giornali, internet, che da tre giorni guardano tutti ai luoghi del dolore, a Madrid.
Quel campo brullo a fianco della T4 di Barajas, tutto terra bruciata e fumo e sgomento.
Il padiglione della Fiera usato come un enorme tanatorio, lo stesso delle vittime dell'11 marzo.
Le camere frigorifere del cimitero dell'Almudena, dove 40 medici forensi cercano di ricostruire il DNA di 153 vite spezzate.
L'hotel Auditorium di Madrid, dove le famiglie delle vittime aspettano la chiamata che gli ridarà i corpi dei loro seres queridos, gli "esseri amati", un'espressione che suona molto più forte dell'italiano "cari", e che dà tutto il senso di come si viva il lutto qui, nella terra che conosce il dolore e gli sa dare voce con un'intensità e una passione che hanno pochi paragoni in Europa.
Le chiese di Toledo, Gran Canarias, Barcellona, dove si stanno celebrando i primi funerali, con i volti della gente spezzati dai singhiozzi, i corpi dei familiari che crollano, che si sciolgono per terra, davanti ai fiori e alle lacrime della piazza.
Gli ospedali di Madrid dove i 19 sopravvissuti vengono curati, con tutto il paese che gli sta vicino, in uno sforzo di attenzione e compartecipazione raramente visto.
E qui, al mare, sul crinale tra la villeggiatura e il lutto, mi tocca leggere la piccola bufera mediatica italica sull'unica vittima del nostro paese, Domenico Riso, che è morto con il suo compagno e il figlio di lui, che stavano crescendo insieme, una famiglia come tante altre, sterminata crudelmente, ma cui l'ipocrisia italica ha voluto anche nella morte privare del suo nome, privare di una dignità. In nome della "privacy", forse, o di un malcelato perbenismo, il compagno è diventato "il migliore amico", e su questo dramma familiare è calata la cortina di fumo della mistificazione. Se fosse morto un uomo con la compagna e il figlio di lei, non ci sarebbe stata discussione, sarebbe stato descritto il dramma nella sua reale dimensione, quella di una famiglia spazzata via. Ridimensionando il lutto, privandolo della sua dimensione collettiva, i media italiani hanno nella morte commesso il peggiore dei torti, e privato la famiglia allargata di Domenico della commozione che le spettava.
E questo, il dolore, lo aumenta solamente, lo rende ancora più crudele, più ingiusto.
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Commenti
luisa 23/ago/2008 19:37:03
Guido Tedoldi 24/ago/2008 02:53:30
solar 11/set/2008 23:01:41
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