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The Falling Man

Tornare al mondo di Don DeLillo in THE FALLING MAN (L'Uomo Che Cade, Einaudi, € 17,50), dopo aver amato UNDERWORLD più di qualsiasi altro libro letto nell’ultimo decennio, è un po’ come tornare a casa e ritrovare odori e calori familiari. La prosa di DeLillo, che stavolta mi sono deciso a scoprire in originale, è ipnotica, lirica, meticolosa, chirurgica, implacabile. Scava nel qui e nell’adesso con una suprema precisione e una impagabile capacità di voli musicali e visionari. Non importa l’argomento. Può essere un istante di malinconia, una camminata a Central Park, la fuga dei sopravvissuti delle Twin Towers, i complotti di Mohamed Atta in Germania o il dialogo tra una donna e l’amante misterioso della sua defunta madre.
Tutto è nitido, lontano, vicino, iper-reale, e allo stesso tempo diafano, sognante, tra-sognante. Traduco un pezzettino scelto più o meno a caso, in cui il soggetto è Lianne, la moglie di Keith, un sopravvissuto al crollo delle Twin Towers:

Quando era ragazza, voleva essere come sua madre, come suo padre, come certune delle sue compagne di classe, una o due, che sembravano muoversi con particolare disinvoltura, dire cose che non avevano importanza se non per il modo in cui erano dette, su una brezza leggera, come un volo d’uccelli.


O verso la fine, un altro pezzo in cui Lianne parla di fede, e di suo padre Jack.

Lei voleva smettere di credere. Era un’infedele, nell’attuale accezione geopolitica del termine. Si ricordava di come la faccia di suo padre, di come la faccia di Jack diventasse tutta luminosa e bollente, di come sembrasse vibrare dopo una giornata al sole. Guarda attorno a noi, lassù, laggiù, l’oceano, il cielo, la notte, e lei pensò a tutto questo, mentre prendeva caffé e pane tostato, a come lui credeva che era dio a infondere di pura essenza il tempo e lo spazio, a rendere le stelle capaci di dare luce. Jack era stato un architetto, un artista, un uomo triste, pensò, per gran parte della sua vita, ed era il tipo di tristezza che ambisce qualcosa di intangibile e vasto, l’unico sollievo capace di dissolvere le sue miserevoli sventure.


Come in UNDERWORLD, anche THE FALLING MAN miscela eventi reali, storici, con le vite ordinariamente straordinarie o straordinariamente reali di gente comune, sfiorata dalla storia e in diversa misura da essa schiacciata, modificata, trasformata. Il macroscopico convive al fianco del microscopico, viene descritto con lo stesso stile implacabile e compartecipe, ma stavolta non siamo negli anni ’60 o 70, ma nel XXIesimo secolo, tra New York, la Germania e Las Vegas, nei giorni precedenti e seguenti l’11 settembre 2001. DeLillo ci porta nel mondo di Keith e Florence, che sopravvivono al crollo del loro ufficio, a quello della moglie di lui, Lianne, e della sua famiglia, ma anche nel mondo degli attentatori, ritratti con gelida perfezione, quasi umani nel loro allontanamento dall’umanità.

Il romanzo è bellissimo, struggente, straordinario, un capolavoro breve, e/ma ti lascia in bocca un sapore amaro, quasi disperato. Non ci sono soluzioni consolatorie, e nel mescolare come sempre il passato e il presente non ci vengono prospettate risposte. A chi ricorda quell’11 settembre, a chi può dire “io c’ero, ero lì”, a chi ha ancora in mente quel che ha fatto, quel che ha pensato, quel giorno e nelle settimane seguenti, il romanzo può sembrare troppo vicino, colpire troppo sul vivo. Le emozioni di Lianne, che fa da osservatrice del mondo in generale e di quello del marito in particolare, sono troppo vicine alle nostre, forse, troppo piene dei nostri stesso dubbi. Quando Lianne pensa

Dio è la voce che dice “Io non esisto”.

siamo forse troppo vicini al dubbio e al dolore che sentiamo dentro per poter godere di questa opera come di una qualsiasi creazione letteraria.

Ed è forse questa però la chiave di lettura. DeLillo menziona in THE FALLING MAN l'esistenza di un altro libro, un gigantesco tomo che ricostruisce ogni possibile retroscena dell'11 settembre e delle forze occulte e visibili che lo hanno generato: un tomo che nel romanzo viene definito "scritto male, strutturato male, incredibilmente noioso".
Ecco, THE FALLING MAN è agli antipodi di questo fantomatico libro/mattone: è volutamente breve, ellittico, una successione di immagini liriche e intensamente gelide, come se la realtà di un qualcosa come l'11 settembre fosse in sintesi descrivibile e percettibile solo in questo modo, come un frammento, un brandello, un pezzo di stoffa che cade lentamente dal cielo, in una mattina assolata di settembre, all'alba del secolo, in cui la storia, il passato, il futuro, mortalmente convergono e implodono.




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