Io il Dr Who lo ricordo da un passaggio in Rai, eoni fa, anno 1980. Solo una manciata di episodi - 22 per la precisione - anni ’70, con il quarto Dottore, in fascia preserale. Erano anni in cui di fantascienza si vedeva poco, neppure Star Trek era una presenza fissa nelle nostre reti, e ricordavo con nostalgia UFO, Spazio 1999 e il Prigioniero, i tre grandi serial britannici di genere fantastico, che avevano forgiato la fantasia mia e dei miei coetanei. Quel Doctor Who fu davvero una meteora, restò in TV pochi giorni, e solo dopo, esplorando l’Inghilterra e i suoi miti, scoprii che quella fantascienza da teatro, senza praticamente effetti speciali, era una istituzione della terra d’Albione, la più longeva (dal 1963!) e adorata produzione di fiction di genere della BBC, amata da generazioni e generazioni di Inglesi, senza se e senza ma. Negli anni ho tenuto d’occhio Dr Who, non perché io riesca a vedere la BBC in tv, ma perché la Panini UK pubblica da sempre la rivista ufficiale del programma, che mi arriva regolarmente tra le campionature aziendali, e che serve per tenermi aggiornato su quel che succede al Dottore e alle sue incarnazioni. Eh, già, perché il Dottore (che non si chiama Dottor Chi, ma solo Dottore, con la gente che gli chiede: Dottore, chi?) ha la geniale peculiarità di poter morire, e di reincarnarsi in un altro corpo: grazie a questo escamotage, di Dottori che ne sono stati (a oggi) dieci, e vari di loro hanno segnato parecchie stagioni televisive. Dopo vari anni di buio, il Dottor Who è tornato nel 1996 con un film per la TV (e l’ottavo Dottore, Paul McGann), poi dal 2005 con una serie di nuove stagioni, con il nono e il quindi il decimo Dottore, David Tennant, prodotte da Russell T Davies, già creatore di Queer As Folk.
Rilanciando Dr Who, e proiettandolo a livelli di popolarità inauditi (per tutte le generazioni, completamente trasversale), Russell T Davies ha dimostrato di essere l’assoluto enfant prodige della TV britannica, capace di idee innovative e classiche e di mettere assieme una televisione che rispetta le sue radici ma le reinterpreta con le sensibilità e le follie di un’Inghilterra che è oggi più che mai l’insuperabile Cool Britannia.
Il suo Dr Who, la cui terza stagione si conclude a inizio ottobre su Sky, è un prodotto che riesce a essere completamente sofisticato (viaggi nel tempo, paradossi temporali, scienza fantastica), deliziosamente quaint (Martha - l'assistente del Dottore - che ha un cellulare che le permette di chiamare casa da qualsiasi punto dello spazio-tempo) e non privo di effetti forti e anche macabri (come nel doppio episodio scritto da Peter Cornell in cui il Dottore è perseguitato nell'Inghliterra del 2013 da sadici assassini chiamati la Famiglia di Sangue, che sono una sanguinosa parodia della famiglia nucleare). Per gorere appieno di questa serie serve un “acquired taste”, un palato visuale che si ottiene con la pratica. Non è non proprio qualcosa che può far saltare sulla sedia uno spettatore italico, ma alla terza puntata che si vede si rimane agganciati a questo serial che mescola sensibilità da liceale con tutti i lati più forti della fantascienza più pura. Di più, con un turbinio di cinismo e di colpi di scena anche violenti o macabri, che non risparmiano niente e nessuno (lo stesso protagonista può morire, pur con la capacità di tornare con un altro corpo).
Sempre dal mondo del Doctor Who nasce Torchwood, uno spin off “di lusso”, il cui titolo è un anagramma di quello della serie madre. Si tratta delle avventure di un quintetto di agenti segreti che da Cardiff indagano sui misteri della città: alieni mutaforma, cliniche segrete, amuleti magici, pellicole incantate, e soprattutto i misteri del suo leader, l’immortale agente Jack, dalle mille risorse e dalla sessualità poliedrica, che fa un po’ da fascinoso e magnetico punto di snodo di tantissime vicende. Anche se le tematiche sono decisamente più adulte (gran parte degli agenti sono polisessuali), Torchwood ricorda Dr Who per il mix di tematiche drammatiche e aspetti più lievi, ironici, un mix che è molto difficile da far quagliare ma che in Torchwood funziona bene, quasi sempre. Anche qui, visti due-tre episodi (la seconda e – per ora – ultima serie è in onda su Sky), non ci si stacca con facilità.
Due serie che ci permettono di restare un po’ ragazzi pur stimolandoci a livelli che di infantile non hanno nulla, una di quelle strane alchimie televisive che a volte magicamente succedono e ci incantano.
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Commenti
Gio 12/set/2008 08:21:45
Michele Amadesi 13/set/2008 01:45:34
Francesco 15/set/2008 10:07:50
Franco 15/set/2008 20:49:52
Francesco 25/set/2008 09:42:15
DronioS 01/ott/2008 20:40:32
Jacopo 05/ago/2009 21:33:29
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