Conosco Marcella da tanto tempo, dagli anni '80. Era una delle compagne di classe di mio fratello, in quegli ultimi squarci di guerra fredda, eskimo, Russi in Afghanistan, nel Liceo Ginnasio Galvani prima della Pantera. Fin da allora era una di quelle ragazze che non stanno mai ferme, che parlano in continuazione, che funzionano con una marcia in più e non si fermano davanti a niente. Un "peperino", si potrebbe dire nella vulgata bolognese. Finito il liceo, ho avuto sue notizie a singhiozzo, attraverso amici comuni, e l'ho vista alcune volte, quando era di passaggio a Bologna. Già, perché Marcella dopo il liceo aveva preso armi e bagagli ed era partita per Londra, per lavorare nella moda, una scelta non così scontata e ovvia in quell'epoca. Poi, dopo un certo periodo senza notizie, una sera di un paio d'anni fa, navigando più o meno casualmente sul web, ritrovo Marcella Puppini, trasformata in cantante, leader e anima di un gruppo che si chiama The Puppini Sisters, e che in Inghilterra spopola sia a teatro sia nelle classifiche. Fanno una musica difficile da definire, diciamo un sophisticated retro, grandi classici della musica internazionale cantati e recitati in uno stile molto teatrale, molto scenografico: trucchi, parrucche e tacchi alti per un ibrido tra rappresentazione e concerto, con soluzioni canore ardite, quasi una ricostruzione fonema per fonema del modo di cantare degli anni '40, maliziosamente esibita e messa in scena.
Di passaggio a Bologna, qualche settimana fa, ho intercettato Marcella e mi sono fatto offrire un tè a casa sua, per chiacchierare un po' e capire qualcosa di più della sua musica, del suo mondo. Vista dall'Inghilterra, dai palcoscenici di mezzo mondo, l'Italia - e Bologna in particolare - appare ancora pittoresca, piena di fascino, con le sue estati allungate, che un po' le mancano. Le manca l'idea di una città in fondo piccola, ma dove il contatto per strada può avvenire in maniera spontanea, senza nessuna scusa. Sulla tavola in cui prendiamo il te', noto una pila di Dylan Dog: "Sto rileggendo un sacco di fumetti di Dylan Dog che ho qua a casa dei miei, mi piacciono molto i fumetti, fin da ragazzina mi piaceva disegnarli, raccontare le mie avventure con i disegni".
E in fondo, Marcella è diventata anche lei un fumetto, un fumetto musicale, con i suoi due album venduti su iTunes e su Amazon, con i 100 concerti annui che realizza assieme al gruppo, con questo universo di lustrini, abiti d'epoca e gorgheggi, che riprende la musica del passato e la riporta nei teatri: "Quando ci esibiamo a Londra, possiamo arrivare a suonare davanti a 1.500 spettatori, dipende dalla sala, ovviamente. In provincia, 500 in media. L'ironia è che suoniamo in Inghilterra, in Francia, abbiamo persino fatto due tourné in America, suonato a Berlino all'Admiral's palast, ma non in Italia, a parte un paio di occasioni "Come mai?" "La verità è che ironicamente gioca contro di noi il fatto che io sia italiana. I locali, i teatri, si aspettano cachet tipici dei performer italiani, mentre invece noi siamo un gruppo internazionale, con un'equipe ben specifica e costi che evidentemente qui non sono accettabili"
Le chiedo quali sono stati i momenti in cui maggiormente ha sentito la vertigine del successo: "Siamo stati ospiti di uno spettacolo TV molto popolare, The View, quello è stato un momento importante, ma forse l'apice è stato partecipare al Royal Variety Show, con la regina e il principe Carlo. Tutto molto surreale, anche un po' da ridere, se vuoi". "E sei mai arrivata a pensare "ecco, sono arrivata"?".
"La verità è che non c'è traguardo in questo mestiere, è un eterno processo in divenire. A ogni risultato raggiunto, la sfida diventa "e adesso cosa faccio?". Di certo per me è stato importante avere il riconoscimento della mia famiglia. Quando ho lasciato Vivianne Westwood e il mio lavoro come responsabile di produzione, per andare a studiare musica per quattro anni, lo avevano visto come un salto nel buio, come una follia. Nessuno mi ha detto "brava, fa' quello in cui credi". Adesso, con il successo, c'è stato questo riconoscimento, e mio padre è il mio fan numero uno, raccoglie i ritagli dei giornali in cui mi intervistano: Vogue, Panorama, il Guardian, Marie Claire..."
"E adesso, Marcella?"
"Adesso la sfida è fare qualcosa di nuovo, un terzo disco, per esempio. Non è facile... Ho anche fondato un mio gruppo come solista, i Forget-me-nots. Cantare come solista è un grande cambiamento: nel gruppo, in un trio, c'è un'energia diversa, che ci alimentiamo vicendevolmente, ma occorre muoversi all'unisono, tutte e tre assieme, e questo rallenta inevitabilmente il processo. Da sola, si riesce ad andare in profondità, ad ottenere altre soddisfazioni. Non dico che una cosa sia migliore dell'altra, sono esperienze professionali profondamente diverse."
Finito il te', mi accommiato da Marcella e la lascio alla sua vacanza italiana. "In fondo" mi dice "sto facendo solo quello che volevo fare da sempre". E mi sorride, chiudendo il cancello, tornando alla sua musica, al suo sogno di paillette e lustrini, di cori e canzoni d'epoca, mentre ormai su Bologna si avvicina la sera, e il tramonto di fine estate chiude la giornata.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

Commenti
Danilo 27/set/2008 22:05:10
Kyra l'elfo 29/set/2008 09:14:48
Scrivi un commento