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Cuoredichina di Marco Lupoi

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Buchmesse 2008, bitte.

Impressioni a caldissimo sulla Buchmesse (sono ancora all’aeroporto di Francoforte, in attesa del volo per Bologna).



Gente un po’ meno del solito (o abbastanza meno del solito), ma a livello professionale sempre sensazione di un’industria tonica, indefessa, cocciuta, convinta (speriamo a ragione) che ora più che mai la gente abbia bisogno di leggere, divertirsi, evadere, affidarsi alla coperta di Linus della fiction, con o senza immagini, e dei suoi personaggi iconici, dei suoi eroi.



Per il resto,a Francoforte è un po’ tutto come sempre, come dalla prima volta che sono venuto qui, ventuno anni fa, con l’aggiornamento dei nuovi padiglioni tutti vetr’acciaio, le due stazioni del metro che allora mancavano, e qualche ristorante in più (e migliore). Ma ci sono le stesse le bancarelle che vendono chincaglieria nel piazzale (inspiegabili), i carrelli per il caffè e il succo di frutta dove devi lasciare la cauzione per il bicchiere, i bagni, la moquette, le salsicce del banchetto al livello terra. E poi la gente, che è quella dell’editoria, quindi scrittori, editor, editori, agenti, licensors e licensees, tipografi e fotolitisti, traduttori, coloristi, illustratori, grafici, e tutta una umanità che più varia non si può, con l’aggiunta dell’assoluta internazionalità, dei cinque continenti tutti ben rappresentati, e comunque l’ineluttabile verità che tutti qui abbiamo o fame o freddo o caldo o sete allo stesso modo, e ci accalchiamo tra gli stand con lo stesso sogno o la stessa passione che ci accomuna tutti: quello della carta stampata, dell’odore dell’inchiostro, del tatto lieve della patinatura, della vibrazione di una copertina in cartoncino vs la rigidità di una cartonatura ben fatta.



Quest’anno ci sono i gadget di sempre (tipo l’immancabile Moleskin marchiata Frankfurt Buchmesse, le borse, i magneti gialli della Langenscheidt). Ma anche il mio editore russo che si presenta con l’immancabile bottiglia di vodka, le birre inesauribili parlando di politica e psicologia con gli amici della Dark Horse, il ristorante con lo stinco e il wiener schnitzel, le feste degli editori di manga dove per un secondo ci incontriamo tedeschi, belgi, italiani, americani, coreani e – ve lo assicuro – tempo mezz’ora dimentichiamo che tutto il giorno ci siamo scannati per i diritti del nuovo impronunciabile successo shojo o shonen o seinen, e ci godiamo quella birra chiara, quasi solida, nutriente, che a queste latitudini ha un sapore irrinunciabile anche se sono a dieta.



A Francoforte, non voglio dare l’immagine errata, non ci si diverte comunque. L’intensità dell’esperienza non ha pari, si inizia con il primo meeting alle 10 o alle 9.30 se si è sfortunati, e si continua fino alle 18.30-18-45, quando in pratica si viene gettati fuori dalla Fiera. Il tutto senza tempo per mangiare o telefonare o andare in bagno se non nei minuti tra un appuntamento e l’altro. E in quelle otto ore rapide e infinite passano tutti, ogni editore possibile e immaginabile con cui si lavora o si spera di lavorare, e si sa che da quella mezz’ora dipende moltissimo. Perché è vero che ci sono le mail, il telefono, le videoconferenze, ma è quell’appuntamento a chiarire i dubbi, a dare la sensazione di come si sta e di come sta l’interlocutore, a capire dal tono delle voce se c’è entusiasmo, cooperazione, partecipazione, o anche dubbio, manipolazione, inganno, ingenuità, ignoranza. Per non parlare poi dei drink fuori fiera, delle cene e delle feste di cui sopra, in cui a maggior ragione si chiariscono le cose, ci si fanno venire nuove idee, si continua indefessamente (IO continuo indefessamente) a fare ruotare gli ingranaggi, a circolare il sangue nel cervello, ad assorbire tutte le idee, le opportunità, i progetti, la bellezza di quel fumetto, ma anche la sicurezza di quello sguardo, l’esitazione di quella voce, il calore di quella stretta di mano sincera.



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Aldilà della deprivazione da sonno, della forzata lontananza dai tuoi cari, e delle urgenze accantonate in fretta in ufficio, Francoforte permette di ricordarci quanto siamo fortunati a lavorare in questo piccolo settore, che ci regala in poche ore la possibilità di parlare con svedesi, francesi, inglesi, tedeschi, coreani, americani, indiani e giapponesi, di conoscere il loro punto di vista, i loro desideri e le loro aspettative, di pensare insieme a loro a creare o importare e tradurre nuovi mondi, nuovi sogni possibili per noi, lettori, editori e maghi, una tantum.