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Cuoredichina di Marco Lupoi

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Sette giorni a Tokyo

Diventa un po’ più facile ogni anno stare qui, percorrere queste strade, mangiare questo cibo, vestirmi e svestirmi passando da dentro a fuori, dal caldo al freddo, giudicare dalla finestra al mattino e decidere come sarà, quante nuvole, quanto cielo, quanta pioggia. Tokyo a suo modo è sempre la stessa di quel gennaio 1998 in cui arrivai la prima volta, sotto un metro di neve e nel cuore l’inquietudine di uno straniero in terra straniera, che si confronta per la prima volta con questo frattale urbano da 12 milioni di abitanti, in cui ogni angolo è unico e asimmetrico e allo stesso tempo risponde a una sorta di ordine superiore a assoluto, un caos calmo e strutturato: i fiumi con i loro ponti, le autostrade che sfrecciano tra i grattacieli, gli alberi di ginko che a dicembre sono tutti gialli, il mare che si incunea ai bordi e che lambisce la metropoli, i treni ovunque, i taxi verdi, i ristoranti a ogni angolo, sotto e sopra ogni palazzo.
Tokyo è sempre la stessa, dicevo, eppure sottilmente nuova, non solo grazie a costruzioni come il Cocoon Building di Shinjuku o il complesso di Midtown a Roppongi. Ci sono in giro moltissimi più occidentali rispetto a un decennio fa, Tokyo è diventata una città fantastica da visitare o dove trasferirsi: ho conosciuto vari “expats” italiani e non, e tutti concordano che Tokyo è una sorta di wonderland perenne per loro, dove lavorano come ciuchi, magari vivono in un appartamento di 4 metri per 4, ma dove tutto l’anno, ogni giorno della settimana, la città vibra di energia e di opportunità di esperienza per tutti i gusti e tutte le tasche.
L’unica voce dissonante può venire dalla expats donne, che trovano difficile il rapporto con l’uomo giapponese, educato alla durezza, alla non-espressione dei sentimenti, al maschilismo  pneumatico di chi fin da bambino è stato abituato a girare in calzoni corti, a soffrire il freddo pur di diventare “forte”, una forza senza emozione o sentimento, tutta testa, pugni chiusi e denti stretti.
Le donne giapponesi, invece, sono lo yin di questo yang, con un fascino incredibile per un uomo occidentale (che infatti se vive qua può disporre di una sorta di harem illimitato). Sono “coquette”, servizievoli, amorevoli, attente, disponibili. Cantano “Domo arigatò
          gozaimashita
” quando le incroci sulle scale del supermercato in cui lavorano, ti indicano sorridenti ogni minimo dettaglio per arrivare alla tua meta se sono la tua concierge, e se mangi con loro ti versano la birra e il saké, con questi occhi che sembrano alludere a secoli di potere nell’ombra, di  un’identità che si modella anch’essa su uno stampo antico ed è tanto monolitica quanto la maschile, anche se più piena emotivamente e quindi decisamente più dolce al palato degli occidentali.

A Tokyo i manga continuano a imperare, a riempire i piani delle librerie, e persino gli scaffali dei “convenience store”, dei negozietti aperti 24 ore che in un decennio sono diventati un fenomeno da migliaia di punti vendita. Quello che non si vede più, salvo casi occasionali, sono i ragazzi e gli adulti che leggono in treno, per poi magari abbandonare le rivista da 2-3 euro sui sedili. Quello che fanno tutti qui in metro è guardare il cellulare: leggere le mail, giocare, chattare, surfare su internet. Intere carrozze con decine di persone, tutte attente a un altrove virtuale.  Senza parlarsi, senza guardarsi, il massimo dell’isolamento, magari con la mascherina sulla bocca per proteggersi dai microbi, magari con gli auricolari di un iPod nelle orecchie. Ma se ti vedono perduto qualcuno ti chiede sempre “Where are you going?”, e se non li guardi, loro guardano te, la barba folta, la pelata, così insolite per loro che sì, in fondo, un po’ alieno si rimane.

A Tokyo la crisi si sente nel sottotesto, sono abituati qua, fin dal 1998 di cui sopra, a vivere con tassi di interesse vicini allo zero, in una sorta di deflazione o – alla meglio – di blocco dei prezzi permanente. Ma nel sottopassaggio che dal parco di Shinjuku porta alla stazione, e che percorro più volte ogni giorno, alla notte ci sono dozzine di senza tetto, rispetto ai pochi di due anni fa:  alla chiusura della ferrovia si preparano le loro piccole baracche di cartone, minuscole, quasi delle bare, ma perfette, degli origami della disperazione, magari si tolgono le scarpe e le lasciano fuori, e poi dormono i loro sonni alcolici e senza illusione. Nessuno viene ad aiutarli, in Giappone il concetto di beneficenza è limitato a poche organizzazioni, spesso cattoliche. Lo shintoismo non prevede la carità come la intendiamo noi, mi dicono.
A Tokyo si vede la luna tra i palazzi, tra i rami degli stessi alberi in cui ci corvi fanno il nido e coabitano indisturbati e vocianti con l’umanità che gli si accalca sotto. Si gettano monetine da 5 yen davanti ai templi esprimendo un desiderio o una preghiera. Ci si cerca tra la folla ogni volta che capita di perdersi, anche solo un momento, come per paura di essere inghiottiti dalla folla. Ci si mette agli incroci giganti per vederli attraversare contemporaneamente dai pedoni lungo cinque o sei direttive. Si guarda la città nella notte, da un piano 13 o 25 o 52, la stessa di quasi unidici fa, e ci si sente uguali e diversi, gli stessi di allora eppure completamente, magicamente trasformati.
 

Commenti

A Tokyo il flusso dei pedoni dall'alto è ipnotico, così come gli schermi televisivi che proiettano pubblicità nei vagoni della Yamanote... E mi è sempre capitato di trovare qualcuno che mi si avvicinasse (magari mentre guardavo un tempio o studiavo la carina ad una stazione della metro) chiedendomi di poter parlare con me in italiano per qualche minuto... Così, tanto per il gusto di fare pratica... Essere italiano a Tokyo è quasi uno status... Ti guardan storto ma poi la curiosità ha il sopravvento...
Non sono mai stato a Tokio. E... hai presente quando uno si prefigge quelle mete da raggiungere almeno una volta nella vita? Ecco Tokio per me è una di quelle. Bentornato Fabio
Quanti ricordi. Già un anno o poco più è trascorso dal mio soggiorno nella capitale nipponica. Ritorno previsto nel 2010. http://www.flickr.com/photos/vikingur/sets/72157601970072432/