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Cuoredichina di Marco Lupoi

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Cartolina da Los Angeles (2)


A weird sign on Venice Beach
Inserito originariamente da Marco40134

Ne avevo scritta una, due anni fa, e ritrovarla, con lo stesso titolo cui stavo pensando, praticamente un secolo dopo, fa il suo bell'effetto. La cosa inquietante di un blog, che è alla fin fine una sorta di diario pubblico in permanenza lanciato nel mondo, ed è proprio la sua permanente impermanenza, il suo esistere virtualmente eppure in modo molto reale, che ci rammenta ogni volta cosa vogliamo, da dove veniamo, chi eravamo, cosa pensavamo, a giorni o ad anni o a vite di distanza.

Ma tornando a Los Angeles, l'immagine è questa, o meglio, le immagini.

Il sole prima di tutto, quasi tropicale, ma con poca umidità, e questa sensazione ovunque si vada di spazio, di libertà. C'è il Pacifico, certo, ma non è un limite, è un ampliamento della città. Al di là ci sono le Hawaii, c'è l'Asia, c'è un altro mondo, che allo stesso è qui, in questa metropoli che non conosce confini, dove non c'è l'Altro, dove il paiolo di fusione, il melting pot, si è realizzato in una maniera ancora più profonda che nell'altra costa. Qua ci sono africani e asiatici, europei e neri, nativi americani e latinos, si parla nella stessa proporzione spagnolo e inglese, ma anche cinese, tagalog, russo, hindi. E se cammini per le strade, per i mercati, le spiagge, e magari conosci più di una di queste lingue, capisci che tutti parlano della stessa cosa. Di cosa fare, di dove andare, di cosa mangiare, di come vivere e di come sopravvivere, nella città degli angeli che si estende per decine di miglia a nord, a sud, a est, con le sue autostrade, i suoi boulevard, le sue glorie e le sue rovine.

A Santa Monica, in ristoranti fusion americani dove non si serve il pane per la guerra ai carboidrati, mangio capesante e frutti di mare.

A Venice Beach osservo chi si dibatte tra nuotare e fare surf, chi esibisce in mutande il proprio corpo perfettamente innaturalmente muscolare, chi vende "marjuana terapeutica e salvia divinorum" con tanto di insegna sulla spiaggia.

Su Hollywood Boulevard i turisti si prostrano sulla mattonella che porta la stella di Michael Jackson che è stata trasformata in un sacrario improvvisato al dramma e al genio del cantante che volle abbandonare se stesso fino al punto di perderci la vita.

Ad Amoeba, gigantesco tempio del CD usato, a ogni ora vip e gente della strada si mescolano alla ricerca di ogni oscura sonorità.

Oltre le colline, a Burbank, negli studios Warner o Disney o Universal, si crea la fiction che domani e negli anni venire accenderà le nostre fantasie, invaderà i nostri sogni, forgerà il nostro inconscio, la nostra identità, i nostri desideri, ma al vederli da vicino questi studios sembrano così reali, con i loro operai e manovali che sfondano e montano fondali e scenografie, simulando la realtà fisica che poi un tocco di digitale renderà ancora più finta, e quindi ironicamente più vera.

E poi, alla sera, che arriva presto a queste latitudini, la luce vira all'arancio, l'aria si infiamma, la gente si affretta per uscire a cena, andare al cinema, tornare a casa, imbocca le autostrade in congestione permanente, ed è bello guardarla e potersi immaginare qui, nella città degli angeli, tra il Pacifico e il deserto, perduti e presenti nello spazio aperto.

Commenti

Wow! ottimo MML, vado a gustarmi le foto...